lunedì 22 giugno 2009

Sono andata via

Sono un genio del male, sono migrata in Wordpress, dove ho aperto il fiammante Zappearatri2, ma non ho mai dato il link, quindi ora lo faccio, mentre cerco di trovare il tempo per cercare un sistema per far migrare il mio vecchio blog (questo) nel nuovo. http://zappearatri2.wordpress.com/ E' fiammante assai, con una originalissima testata con foto dal museo dei bicchieri di cristallo non di boemia. A presto!!

venerdì 9 gennaio 2009

Musei e comunita nel web

La mia presentazione a Museitalia

Musei e comunita nel web
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mercoledì 10 dicembre 2008

Musei e web - Intro

Questo blog non nasce come un luogo di didattica o di dibattito serio e approfondito, o meglio non è questo lo spirito con cui è stato creato ormai più di un anno fa...ma di necessità virtù, e anche per affetto (e per il brand, dove lo trovo un altro nome così?) ho pensato che zapparatri possa diventare, da spazio ironico (almeno nelle intenzioni) e semiserio sul mondo dei musei demoetnoantropologici, un luogo di confronto ed informazione su alcuni dei temi che mi interessano, e che, a occhio e croce, interesseranno sempre di più gli operatori culturali di ogni disciplina, ovvero la comunicazione nel web ad uso dei musei e delle istituzioni culturali.

Perciò inauguro in questo spazio ben dieci, dico dieci post su Musei e comunità nel web: i post saranno una versione estesa (con ulteriori approfondimenti) del seminario tenuto in occasione di Museitalia, Forum di museografia e museotecnica, che Icom-Italia ha organizzato il 10 e l'11 Novembre 2008 a Milano.

In quella occasione, un po' timorosa per non essere un mostro dell'ITC, ma solo un'antropologa museale che ormai vive in rete a tutte le ore e che le ha tentate e sta tentando un po' tutte per portare la sua associazione preferita nel magico mondo di internet, confesso che ho temuto per la mia sopravvivenza, ma sembrerebbe che sia andato tutto bene, soprattutto perchè, come temevo (e speravo) le social skillz dei miei corsisti non erano estreme, quindi ho potuto, se non altro, illustrare qualcosa di nuovo (almeno per alcuni) o suggerire nuovi usi per applicazioni e social network già conosciuti (almeno per altri).


(lo Smithsonian e le sue Social Skillz : esempio di istituzione nazionale che, nonostante l'età, è giovane assai e sfoggia un linguaggio giovane assai, dimostrando che usare un tono leggero e informale non significa svilire i contenuti )

Il tema del workshop, suggerito da letture approfondite del blog di Nina Simon, Museum 2.0., ottima guida al web 2.0. applicato ai musei, è stato: come costruire comunità attraverso il web, ovvero come costruire comunità on e off line, utilizzando questa categoria di strumenti. Il livello del workshop è stato molto basico, l'idea era quella di fornire una panoramica di alcuni degli strumenti più utilizzati a operatori culturali che volevano comunicare on line in modo più attivo, creare attenzione per le proprie iniziative, mostre, progetti, ed anche comunicare con altri operatori per un confronto di pratiche e la possibilità di avere aggiornamenti in modo veloce, semplice ed immediato.

La mia presentazione era tuttavia quasi priva di testo, e per questo motivo, piuttosto che mettere semplicemente on line le slides, ho pensato di cominciare questa serie di appuntamenti nel blog per dare anche ai visitatori/lettori la possibilità di commentare ed interagire e costruire anche da qui, una piccola comunità. Poi ho messo anche le slide, che non si dica che non so come usare Slideshare...

Vi invito quindi a leggere tutte le puntate, e se siete pigri, o semplicemente avete anche altre cose da fare durante il giorno, potete registrarvi usando il box in alto a destra e riceverete le puntate direttamente nella vostra casella di posta elettronica. Quando non ne potrete più, basterà un click per non ricevere più gli aggiornamenti.

Questo il piano dell'opera:

1) Cos'è (in pillole) il web 2.0.? (struttura e vantaggi) - con una piccola anteprima sul 3.0....

2) Premesse: di cosa ha bisogno un museo? ed un operatore museale?

3) Per gli operatori : strumenti per sentirsi meno soli

4) Musei in rete: fuori tutti i contenuti multimediali dal sito

5) Flickr You Tube e Facebook per principianti ( e Twitter, anche)

6) Newsletter

7) Allestimenti e progetti collaborativi on line

8) Buoni esempi di istituzioni danarose che usano strumenti che fanno risparmiare. Domanda: come ottimizzare anche i tempi?

9) Chi mi segue? Monitorare i risultati

10) Riepilogo: il decalogo della comunicazione on line a basso costo
A presto!
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Musei e comunita nel web
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mercoledì 26 novembre 2008

Right bra, right attitude

La mia casella ufficiale è zeppa di spam legittimo (più o meno tutte le newsletter dei musei delle zappe che ricevo con tanto affetto e che mi invitano ad eventi in parti d'Italia che non conosco e dove forse non andrò mai) ma che ho invitato io ad affollare la mia inbox e che alla fine mi fa sentire importante (se non controllo la posta per due giorni la mia casella somiglia a quella di Bill Gates), mentre la mia casella frivola è piena di spam VERA.

Tuttavia, anche nel bel mezzo della monnezza, ogni tanto appare qualche messaggio ispiratorio, tipo quello che parla di reggiseni e di atteggiamento vincente che ho intravisto oggi (right bra, right attitude, perlappunto), e subito cancellato (ingrata). Non ho nemmeno letto il contenuto, purtuttavia ne ho tratto a) ispirazione per una paginetta di blog e b) dedotto che sì, effettivamente con un reggiseno giusto, la tua vita migliora, ti senti più serena, ti senti più sicura (vogliamo parlare del fastidioso problema, ad esempio, dei capezzoli termosensibili? Orrore che si combatte efficacemente solo con un'armatura mammaria ben imbottita - ma non troppo sennò poi c'è la sospresona quando lo togli e rimangon male).
A questo punto devio sui musei, ovviamente, e sulla delicata tematica dell'ormai leggendario Istituto Centrale per la DemoEtnoAntropologia (dalle bocce all'antropologia?Certo, dove ti giri ti giri ci stanno sempre bene entrambe le cose).
Per chi non lo sapesse:
"L'Istituto, già Museo delle arti e tradizioni popolari, raccoglie oltre centomila documenti relativi alla cultura del mondo popolare e la vasta quantità di oggetti esposti risale ad un periodo compreso tra la fine dell’800 e gli inizi del ’900. Le sale del Palazzo sono rivolte, ognuna, ad un aspetto specifico della cultura popolare, tra cui sistemi di trasporto, lavoro contadino, lavoro dei pastori, caccia e marinerie, segni dei mestieri, abitazione e spazio domestico, ritualità e vita familiare, ritualità e feste dell'anno, strumenti musicali."
(dal sito del BASAE - ovvero Direzione Generale Beni Architettonici, storico- artistici demoetnoantropologici)

L'ICDE è in sostanza il "vecchio" MNATP (Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari), ma con più potere di organizzazione, programmazione e gestione delle attività legate a ricerca e tutela dei beni DEA su tutto il territorio italiano.

Ora, in questi giorni ci si preoccupa molto del fatto che il ministro Bondi abbia creato una figura di super manager dei musei mettendoci uno che viene dalla McDonalds, e ci sono fior fior di articoli e di proteste in corso (vedere l'articolo di Settis in Repubblica della settimana scorsa) perchè, porca miseria, cosa c'entrano gli hamburger con la cultura italiana, come si fa a mettere qualcuno che viene da tutt'altro mondo professionale a fare sto lavoro bla bla bla. Poi inizialmente era stata annunciata l'intenzione di cercare anche all'estero super professionisti della gestione museale per quel ruolo, cosa che ci sarebbe piaciuta tantissssimo, e invece picche, l'unica cosa internazionale di Mario Resca è che viene da una multinazionale americana.
Nei meravigliosi annunci di lavoro del sito Museum Jobs ho notato che, come dire, un minimo di competenza dimostrabile nella materia sulla quale si andrà a metter mano, in qualche modo ai candidati viene sempre richiesta, quindi immagino che Resca sappia almeno distinguere un Tintoretto da un Modigliani (il secondo è quello dei lunghi colli, il primo fa sempre Venezia) oppure un vaso etrusco da uno greco (il primo sicuramente stava in una tomba, il secondo ha figure con nasi particolari - insomma, è facile, non deve mica sapere le risposte a tutti i quiz del Mibac) o una zampogna da una cornamusa (questa è più difficile)
Questo quindi mi porta a pensare alla situazione DEA, perchè per una volta, invece, alla fine, noi antropologi siamo stati proprio fortunati!

Noi, a capo dell'ICDE infatti, abbiamo una storica dell'arte, per decreto legge. Il direttore di un istituto che si occupa della programmazione delle attività legate ai beni DEA deve essere uno storico dell'arte. Del resto si sa, gli antropologi non esistono, e quindi abbiamo fondamentalmente bisogno di un professionista da altri mondi che venga a spiegarci come si fanno le cose. Confesso, sono quasi un po' invidiosa, un super manager che almeno sa gestire i soldi mi preoccupa meno del mortorio della gestione degli ultimi anni del fu MNATP, ora ICDE, ma molto poco DE.
Sospetto che per noi antropologi sia ora di cominciare ad indossare il reggipetto giusto.
(Link kitsch : il Bra Museum - in confronto il deposito di attrezzi più sifgato è il Louvre)

venerdì 21 novembre 2008

Primo Maggio al MIBAC: in lizza per il portierato culturale

Ho fatto la prova preselettiva del concorso per 500 posti al MIBAC.

Me ne vergogno un po', suppongo avrei dovuto boicottarlo perchè non era previsto NESSUN posto per antropologi, che, si sa, nella dicitura delle Soprintendenze ci stanno i beni DEA, ma i professionisti DEA non sono veramente invitati, insomma, si sa, per ora se ne occupano gli storici dell'arte (in alcuni casi magari solo per ripiego), perchè evidentemente ancora non ci si è manifestati in tutta la nostra meravigliosità discipilinare e quindi il concorso per 500 antropologi è ancora lontano...

Finisce allora che, complice una certa facilità nella compilazione della domanda (tutto online, tutto automatico, tutto FUNZIONANTE, che meraviglia, davvero) anche io mi sono iscritta in quattro e quattr'otto e ieri sono andata a fare la mia prova preselettiva: 10 posti per Servizi Di Accoglienza - settore non me lo ricordo, ma eravamo intorno agli 8000, per quei 10 posti.
Seconda meraviglia dopo il processo di iscrizione: i quiz vengono pubblicati nel sito del Mibac.
Come per la patente, bastava memorizzare le risposte di qualche milione di quesiti, perchè poi tra quelli sarebbero stati selezionati randomicamente i 100 per ogni sessione d'esame. Ne ho studiati forse 1/10, con la collaborazione di tutta la famiglia, degli amici (con domande a tradimento tipo "qual'è il verso della giraffa?" - c'era- buttate lì nel Messenger o in Facebook, o via mail) e in GOOGLE soprattutto... E incredibilmente quelle a cui avevo risposto e che mi sono capitate le ho anche azzeccate (due, tipo). La cosa più divertente è stata che mentre spippolavo in internet per cercare le risposte alle domande, ho scoperto che Yahoo Answers era pieno di domande del concorso, chè giustamente poi ho capito che data l'età media dei partecipanti, tutti si erano messi come me a cercare le risposte nel web...Da vecchia babbiona, purtuttavia informatizzata e social networker una 'nticchia, non mi sono però fidata molto delle risposte degli utenti di Yahoo..

Insomma, arrivo all'Ergife.
L'Ergife è un luogo infernale, dove frotte di persone vanno a tentare la fortuna tipo Bingo. Ci ero già stata per un concorso per la UE, come traduttore, un concorso mostruoso che solo un traduttore vero poteva passare, ed infatti, giustamente, io sono stata segata subito. Ma eravamo 4 gatti quella volta... ieri, lì davanti, sembrava il concerto del 1 Maggio (di qui il titolo del post che altrimenti non si capisce perchè ce l'ho messo).
Ok, c'era meno gente, anche se l'effetto folla era di un certo impatto. Ma l'età media era quella.
Calcolando che più o meno devi essere maggiorenne per fare un concorso pubblico, o almeno così suppongo, dovevano avere tutti più di 18 anni, ma la maggior parte ne aveva POCHI di più... Io ero ben mimetizzata con i jeans ed un grosso maglione (per cui sono arrivata alla fine del test con 4 litri di liquidi in meno in corpo) perciò secondo me dimostravo anche un po' meno, anche se qualche mocciosetto mi ha dato del lei, ma ho imparato a glissare. Però, a parte qualche rara eccezione (c'erano capelli bianchi, c'erano...) erano tutti ragazzini.
Un archeologo (anche lui giovane...) mi dice, mentre facciamo la fila per entrare, che anche lui ha fatto domanda per la categoria Servizi di accoglienza, e io butto lì "figurati, io sono un'antropologa, neanche l'hanno fatto il concorso per noi..." e il risultato è : sguardi di sorpresa (l'archeologo non lo so che avrà pensato, ma gli altri intorno avranno pensato "ecche è") e due secondi di silenzio.
Insomma, mi danno il mio foglietto con il nome, me lo scannerizzano con un lettore di codici a barre, tipo supermercato, ci fanno sedere tutti e si riempiono due sale enormi di gente, un'ora per sistemare tutti, un'ora per fare il test.... tento inutilmente di risolvere un polinomio (non mi ricordo neanche più cos'è un polinomio, ho tentato di sfuggirgli per tutto il liceo, ai polinomi) e becco un tot di altre risposte ma mi alzo un po' mogia, che pensavo di andare meglio, come quando sono stata a Passaparola con Gerri Scotti e le veline, a Cologno Monzese, seduta accanto ad uno dei Fichi d'India, vergognandomi molto e sperando che non mi inquadrassero mai.

Anche lì non ho vinto niente, ma ne ho indovinate un bel po', più del Fico d'India che ad un certo punto mi ha cominciato a chiedere suggerimenti perchè non ne beccava una e alla fine abbiamo anche un po' socializzato, che non volevo sembrare radical chic e poi alla fine la butto sempre sull'osservazione partecipante che mi fa sentire tanto antropologa.

Il meccanismo del concorso per il portierato culturale (come altro definire un concorso per servizi di accoglienza nei musei del resto?) è come quello dei giochi a premi, indubbiamente, e del resto, confesso, a me il format piace anche... ricordo di aver fatto domanda per Il Gioco A Premi proprio in un momento di grande disoccupazione anche volentieri, e di esserci andata anche molto volentieri, e ci ho conosciuto varia umanità che meriterebbe un post di osservazione etnografica a parte: "I concorrenti dei giochi a premi" (Malinowski a Cologno Monzese avrebbe desiderato, più che la figlia del capo, la concorrente aspirante velina - bella assai - che quel giorno in mensa durante la pausa pranzo fermò Emilio Fede - è tutto vero, c'ero - raccontandogli che lui aveva salvato suo nonno in guerra, o qualcosa del genere, io e un ignoto concorrente emiliano con in mano il vassoio ci si scambiò uno sguardo di intesa, Fede lanciò alla gnocca pubescente ben altro sguardo).

Vantaggio rispetto a Passaparola, i quiz del Mibac hanno avuto il vantaggio di essere pubblicati prima, non con il sistema becero dei libri per i concorsi pubblici, ma gratuitamente on line nel sito del Mibac stesso (altro punto a favore).
Insomma, non era un concorso per antropologi, ma l'ho trovato se non altro molto ben organizzato, almeno in questa prima fase (dato che non arriverò alla seconda non avrò modo di vedere quelle successive...) e migrando alla fine con la massa dei ggiovani verso la fermata della metroA e fornendo soluzioni ad alcune domande ai passanti mentre si camminava nel marciapiedino stretto dell'Aurelia ("Sì, Lorenz era un etologo" ho detto ad una tipa di forse 19 anni il cui fidanzato non era sicuro sulla risposta - ha ringraziato, contenta perchè aveva indovinato allora) ho pensato che, nonostante le apparenze, forse questa gioventù sgallettata se la caverà benino alle prime eliminatorie, chè, freschi di studi, le date della storia un po' se le ricordano, la geografia anche, e sicuramente che cosa significa il punto esclamativo rosso accanto ad un messaggio email sanno cos'è...

Attendo un concorso per antropologi, che magari saremo di meno ( e ci conosceremo quasi tutti) anche se non mi faccio illusioni sull'età media, che qua escono fuori dalle facoltà a mazzi nuovi antropologi freschi freschi, e si concorrerà per un posto da portiere al Pigorini.
La foto in alto viene dall'archivio di Wikimedia commons, per vedere i dettagli e la descrizione segui questo link . Comunque è la fila per l'ingresso ai musei Vaticani, per la cronaca.

lunedì 24 dicembre 2007

Ed ancora tanti auguri

Questa è veramente speciale, è il canale interamente dedicato alla monarchia inglese in You Tube, nella home page al momento c'è il video del primo messaggio televisivo trasmesso dalla Regina in tv nel 1957. Spettacolare!
Tanti auguri di nuovo a tutti!!!!


http://www.youtube.com/theroyalchannel

giovedì 20 dicembre 2007

Ettantiauguri!!!!


Babbo Natale postino (che in questi giorni non ho fatto che preparare biglietti di Natale che altre segretarie butteranno...) dal sito del British Postal Museum and Archive.
Visto che siamo tanto depressi (letto oggi sull'Internazionale l'articolo del NYT, ma la cosa bella dell'Internazionale sono i commenti a margine all'articolo) e sfigati, facciamo che il prossimo anno sia qualcosa di mai visto per i musei delle zappe ed i simpatici tenaci volontari che ci hanno creduto e/o ci credono ancora. Facciamo che, visto che il deprimente quadro del mondo musealcontadinofilo non è poi alla fine così diverso dal quadro generale, si sia tutti un po' piu' felici ed utili, oppure ci si dia gioiosamente al giardinaggio ed alla pastorizia (non musealizzata, vera)
AUGURI A TUTTI!!!!

domenica 25 novembre 2007

Untitled - 2007

Nel luglio del 2001 (il 13) mi sono laureata in Antropologia Culturale. Il titolo: Il museo del tarantismo talentino: ipotesi di lavoro.

Non era talentino, ma tanto vale, il correttore automatico di Word sa, e Cirese diventava Cinese, mi cambiava tutti i nomi e me ne accorsi fortunatamente prima di portare la tesi a rilegare.
Nel Talento avevo fatto una ricerca per la mia tesi di Antropologia Mussale, altra cosa che il correttore non capiva/sce, che anche ora ogni tanto trovo dei testi in bozza di amici e colleghi con qualche mussale sfuggito.

Ero fidanzata all’epoca della scelta della tesi ed anche dopo, con un talentino, delle parti della provincia di Lecce, cui scrissi nel Luglio 2001 un meraviglioso ringraziamento alla fine della mia tesi (spero che me ne sia eternamente grato, la perfezione dell’incastro di ogni parole e la semplice e commovente sobrietà della pagina dei ringraziamenti della mia tesi non l’ho più ritrovata, forse si è persa lì, magari è ancora in giro).

La scelta di fidanzato influì sulla scelta della location, non so cos’altro influì per contribuire a creare l’idea di una tesi su un progetto per un museo e sul tarantismo, ora ci penso.

Premessa: all’epoca eravamo agli inizi, erano pochi anni ancora, veramente pochi, che si cominciava a spargere odore di pizzica per tutta Italia, a Roma e Torino soprattutto, luoghi dell’emigrazione universitaria, luoghi con sufficienti o sufficientemente attivi centri sociali occupati che ospitavano concerti di gruppi, la 85esima ristampa de La Terra del Rimorso era in libreria, e insomma per farla breve ne cominciavano a parlare tutti.
Come spesso accade, molti, secondo il mio io iper-critico di allora (ma tengo duro, ci sono cose che ancora mi disgustano, magari per altri o ulteriori motivi) ne parlavano a sproposito, c’era poca documentazione e molto entusiasmo di superficie estremamente fastidioso, e mi sembrava, frequentando quelle terre (e anche l’uso di TERRA era così retorico e pesante all’epoca, che non lo potevo mica dire così con leggerezza) che gli si facesse una sorta di torto.

Come dire: in questo posto splendido e desolato e abbandonato dalle istituzioni (senza retorica , anche se detto col tono fastidiosamente negativo di quelli del posto, esperti molti solo della tecnica della lamentela, ma di fatto bastava guardare gli scavi archeologici all’aperto, non curati, non recintati, grotte che rischiavano di crollare, tutto lasciato a se stesso, l’incuria generale) nasceva un movimento di riproposta musicale nato dal basso e mal gestito dall’alto, fatte salve pochissime eccezioni che iniziavano già con coscienza critica e strumenti metodologici più vicini alla ricerca etnografica, che secondo me aveva bisogno di archivi e musei.

Là dove tutto era effimero (coniai all'epoca della tesi, sentendomi molto importante immotivatamente per questo, la definizione di patrimonializzazione effimera, ossimoro perfetto secondo me per quello che stava succedendo lì in quel momento) e gli investimenti andavano per organizzare concerti, feste, e le istituzioni paghicchiavano corsi di griko per tutelare l’identità, diffondendo a volte a sproposito fondi europei nel miglior stile famil-clientelare locale, io non vedevo costruzione di depositi di cultura tradizionale e (fatto salvo il caso di un museo paleontologico e del museo di storia naturale del paese dove ero io, di cui ricordo delle tartarughe bellissime) nessuna coscienza della necessità di creare strutture stabili per preservare cultura.

Sembra assurdo, ma forse perché si ha bisogno di una sicurezza fisica, concreta, da toccare con mano, in cui sedersi, ma per me un museo all’epoca era prima di tutto un luogo fisico, delle mura, con dentro un mondo spiegato, con dentro la storia del tarantismo, le voci delle persone, la musica, gli oggetti da toccare (ero in una fase, mai finita, molto hands on, immaginavo riproduzioni di manoscritti antichi e di terra di Malta e lo studio di uno scienziato del ‘600 tutto da toccare, aprire, portare a casa) di stimoli da cercare in giro nello spazio espositivo e interazioni audiovisive, tattili, qualcosa di tridimensionale e immersivo, per capire un po’ quanto doveva fare impressione vedere una persona che sta male. Tanto per spiegare che la pizzica non era un ritmo da concerto al Villaggio Globale, ma anche sofferenza. Vedevo anche un negozio di dischi nel mio progetto, alla fine, per spiegare che succedeva in quel momento, e la possibilità di vendere i cd dei mille gruppi sul territorio, che avrebbe fatto piacere anche a loro, per fare due soldi, che il denaro sarà vile ma fa tanto comodo.

All’epoca ricordo di aver detto (mai sputare in aria, dice mio padre, e come sempre succede, gli avessi dato ragione all’epoca su tanti altri sputi mi sentirei ora molto meno stupida) che io, i musei contadini, MAI.

Sognavo un museo audiovisivo e sonoro, interattivo, non zappe e aratri, non i musei contadini, per carità, e volevo vivere proprio lì nella provincia leccese, dove due buste di verdura fresca costavano 2.000 lire, c'era il mare, il patrimonio a rischio, all'epoca anche progetti infondati di matrimonio chissà.

Dopo la laurea ho passato sei mesi nel Talento a cercare un lavoro pertinente al mio neo acquisito titolo di studio, e lì ho visto le torri gemelle cadere, dal divano della mia casa in affitto semi-vuota con due gatti ciechi (suona quasi come una canzone di Baglioni, anche se forse funzionerebbe meglio senza la cecità dei gatti, eccessivo accumulo di disgrazie) che mi avevano
dato dal canile del paese, e ho fatto la spesa prima con le lire e poi con l’euro, lì ho avuto il mio primo telefono cellulare e lì mi hanno rubato il primo cellulare (poco durò).

Dopo sei mesi sono stata salvata dall’inedia nella quale ero caduta per mancanza totale di prospettive lavorative (pagavano poco anche le cameriere, tra l’altro, da quelle parti) dal mio professore, che mi mandò in Toscana per archivi, e per musei, in un progetto di allestimento museale interattivo audiovisivo e sonoro che era veramente quanto di più vicino possibile alla mia idea di museo in quel momento.
Era un po’ contadino questo museo, perché era sul teatro popolare che era roba di contadini e di zappe e aratri, ma insomma, era audiovisivo, sonoro, e chi stava progettando l’allestimento era un creativo (ingestibile, ma bravo) con idee che mi piacevano. Certo, io ci avrei messo più colore e suoni, e avrei magari un po’ esagerato con montaggi da Mtv sul Maggio e la Befana e la Sacra Rappresentazione. Ma chissà poi com’è in funzione questo museo, tutto acceso, mi ricordo di chiedermi ora.

Me lo chiedo perché non ero all’inaugurazione e non ho mai visto il museo in funzione successivamente, ché una paio di volte sono andata e non funzionava la parte interattiva. (Forse anche perché ha una architettura informatica complessa che necessita di costante manutenzione, e in più con il freddo che c’è da quelle parti se tutto non viene conservato alla giusta temperatura impazziscono i pc che servono a controllarlo? provate a tenere una stampante in una cantina umida, e poi vedete che partita di scala 40 vi stampa)

Per quel museo ho lavorato veramente parecchio, in regime di semi-volontariato, prima come stagista, poi con un piccolo contratto di collaborazione per conto dell’Università di Firenze, non sufficiente neppure a pagare le spese di viaggio, e con un entusiasmo difficile da mantenere per mille difficoltà legate sia all’inesperienza professionale, con la frustrazione connaturata alle prime esperienze fuori dall’Università e che era del tutto normale, sia alla oggettiva difficoltà di lavorare gratis in un contesto che non ti offriva nessuna prospettiva successiva.
Ma comunque facendo progetti, tanti, per centri di documentazione, per mostre, per pubblicazioni, festival, premi, tutta una vita da costruirgli intorno a questo museo un po’sperduto in un paesino di lusso del senese.

L’idea era quindi quella di formare un museo come motore di vita per i luoghi vicini geograficamente e per interessi, con contatti potenzialmente infiniti dalla frazione accanto fino a Minneapolis, insomma, andare oltre l’idea che avevo all’inizio di creare, con un atto presuntuosamente creativo, un luogo incredibilmente bello, fatto di comunicazione forte, immersiva, dal quale uscivi volente o nolente cambiato, a modo tuo, ma diverso, esattamente come quando vedi un film ed esci e ti rimane addosso, e ti muovi come se ci fossi ancora dentro in qualche strano modo.

Da lì, da questo posto meraviglioso, si sarebbe costruito il rapporto col mondo di quel museo.

Mi accorgo ora, riflettendoci, che già all’epoca c’era la consapevolezza che, come i belli che non ballano, i musei devono essere splendidi ed anche mobili.

Ogni tanto, nel finto ordine delle mie cartelle disordinatissime, nei passaggi da un pc all’altro, trovo qualcosa di “vecchio” . (Dove vecchio è di 5 anni fa, o 6 al massimo)
Ho ritrovato qualche tempo fa proprio il progetto per il Centro di Documentazione per il museo del teatro popolare, di cui sopra, che era la mia idea dell’epoca di un museo mobile, che va verso e fa entrare il mondo, che connette, che include e rielabora, dove le persone vanno volentieri perché c’è sempre qualcosa, perché sono posti belli i musei, in cui ti puoi sedere, puoi vedere, puoi pensare, puoi spegnere il cervello, puoi sentirti un concerto, insomma sono luoghi perfetti per fare tante cose, e nei nostri musei dovrebbe ancor più esser possibile fare tutto, dal pic-nic sui luoghi della rimembranza di una qualche strage (idea terribilmente macabra di un museo che è recentemente piombata nella mia casella email) ai collage con la pasta e la gara di cucina con le castagne, al concerto di zampogna, alla visita guidata con un uno che parla solo dialetto stretto.

Insomma mi sembrava che la mia disciplina fosse il posto più adatto per costruire la consapevolezza della necessità di acquisire strumenti critici per le generazioni esistenti e a venire.

Perché poi, non è che con gli strumenti critici tutti arriviamo alla stessa conclusione, ma almeno compiamo un percorso logico nel quale possiamo imparare a vedere le cose da più angolazioni, ed a sentirci qualche volta come se stessimo nelle scarpe degli altri. Questa era la mia idea di cosa doveva essere un museo, dalla progettazione dell’allestimento al centro di documentazione/archivio, alle attività didattiche ed all’organizzazione di vita e di progetti importanti per tante diverse categorie di persone.

Immaginavo, nel Talento di allora, un luogo che potesse anche ospitare persone, che potesse dare lavoro a molti, dove inserire quei disgraziati che vedi nelle strade e che ti rendi conto di non poter aiutare. Fa un po’Madre Teresa, immagino, come concetto, ed ho già superato paurosamente il mio livello di guardia per la retorica lacrimosa, ma il concetto è che se crei ricchezza economica con la cultura, puoi offrire alle persone la possibilità di lavorare in un posto bello, di fare un lavoro interessante o anche le pulizie, ma in un’atmosfera serena, vivace, dove le idee portano forza, crescita, mutamento continuo verso il miglioramento delle condizioni di lavoro e verso la produzione di cultura sempre più ricca, comprensibile, condivisa. In una parola un po’ vecchia, progresso.

Sostenibile, ovviamente. Altra risorsa fondamentale, i musei possono essere motori di sviluppo ed esempi concreti di attenzione per il risparmio energetico, per l’agricoltura biologica e per il, non ritorno, ma del tutto nuovo percorso verso uno stile di vita più equilibrato. Le persone vivrebbero fuori dalle città se avessero la possibilità, a Sgurgola Marsicana, di fare un lavoro interessante, ma se non c’è il lavoro vai a Roma, a Milano, a Trieste etc. Nel mio viaggio del Luglio 2001 verso la provincia leccese c'era l’idea che non c’era necessariamente bisogno di stare a Roma per lavorare e avere una vita piena, per me in quel posto un po’ sperduto si poteva fare molto, e ignoravo le espressioni di commiserazione che seguivano la mia spiegazione del perché io, romana, mi fossi voluta trasferire in Puglia. La verità è che non ero io ad essere matta, per una volta mi vorrei dare credito per aver avuto un’idea splendida in anticipo sui tempi, di averla avuta nel posto sbagliato e senza capitali miei da investire per realizzarla.
Ma l’idea c’era tutta. E ci si arriverà, eventualmente.

Altro presupposto di partenza di allora ma anche di oggi, era il raggiungimento di fasce di visitatori diverse. Una cosa che mi sconvolge profondamente è la critica alla valutazione dei musei in base al numero di visitatori. Per i musei dea quello dei visitatori è un problema, perché manca anche la consapevolezza che è importante monitorare il numero degli ingressi, anche se sono gratuiti, per capire chi, come e perché arriva nel Museo della Zappa di Grumo Appula. E ovviamente non è particolarmente fruttuoso mettere accanto le statistiche dei Musei Vaticani e quelle del Museo della Semina delle Patate di Tortorici Scalo.

Invece è importante che questi siano musei visitati, devono esserlo di più, perché, come ho sentito troppe volte per la ricerca accademica dea ( e ovviamente non solo dea), è inutile che io elabori teorie fondamentali per 10 persone, o che raccolga corpus di documentazione sterminati che tengo in un cassetto. Se nel mio museo vengono 20 persone l’anno, c’è un problema di comunicazione tra me e il mondo.

Alla fine, facendo un po’ i conti, mi trovo a pensare che quello che pensavo allora, nel 2001, sui musei e sul ruolo che dovrebbero avere, lo penso ancora. Solo che ora, a ripensarci, saprei come fare tante cose, e quel museo del tarantismo, invece che di progettarne l’allestimento, avrei forse più interesse a farlo vivere, a gestirlo, a farlo conoscere, a fare in modo di portarci le persone.

Così, la me del Luglio 2001 avrebbe creato un museo veramente splendido, secondo la mia modesta opinione, e la me degli anni successivi lo avrebbe reso vivibile, e ci avrebbe portato il mondo, e ritorno, trasformandolo in motore di sviluppo locale.

Ma effettivamente sarebbe stato un po’ troppo progettare quest’ultima versione di quei 6 anni all’epoca, e posso solo riguardare l’ipotesi come metaforica possibilità da qui, dal 25 Novembre del 2007, con le consapevolezze di oggi su limiti e possibilità, e su quello che effettivamente potrebbe essere fatto oggi, tema sul quale sto pure lavorando. Credo che per i musei dea di oggi e domani serviranno delle generazioni formate sulla risoluzione dei problemi, che sapranno quali possono essere i loro ruoli e avranno una preparazione pertinente. Quello che è stato già fatto, e che è fondamentale, è che le generazioni che sono al lavoro oggi, stanno creando le condizioni perché ci sia la possibilità per un giovane laureato di fare un lavoro riconosciuto come tale, magari, come nella maggior parte delle professioni, anche sotto forma di stage gratuito o con rimborso spese, ma con la prospettiva di acquisire una professionalità riconosciuta dal mondo esterno. La Carta delle Professioni Museali elaborata dall'ICOM Italia con la Conferenza Permanente delle Associazioni Mussali (link al sito) va in questa direzione, ed è fondamentale.

L'obiettivo è di arrivare ad un punto in cui occuparsi di cultura a tutti i livelli non sarà più considerato come un privilegio per il quale non si può pretendere di essere stipendiati, smetterà di essere un hobby orribilmente costoso, e diventerà una professione.

Credits fotografici
Le foto del post vengono dal sito

La panoramica di Monticchiello invece da

Le foto dei casali sono mie, e sono comparse unicamente nelle appendici fotografiche della mia tesi di laurea, erano esempi di architettura locale da utilizzare come struttura per ospitare il museo.

domenica 11 novembre 2007

Essere donna oggi - fricandò di elementi in cerca di ordine


Mi piacciono le canzoni di Elio e le Storie Tese, e mi piacciono anche quando parlano di donne, perchè sono politicamente scorretti ( e questo mi piace molto) e perchè descrivono donne vere.

"Essere donna oggi"
parla di mestruazioni e dal momento che io riconosco di essere una femmina ormonalmente devastata in alcuni periodi del mese, sono molto serena nello scrivere questo post proprio oggi, che i miei ormoni sono felici e rilassati perchè è appena finita la burrasca e si ricomincia yuhu. Oltretutto posso scrivere questo post "a caldo" perchè la riflessione è venuta fuori da una conversazione di ieri, alla quale ho pensato molto, e credo possa servire discuterne oggi come credo (spero) sia servito parlarne ieri, perchè siamo umani, abbiamo ormai una certa età, ma non è che le persone, se sono intelligenti, non possono cambiare idea. Anzi.

Ieri sono stata ad un convegno molto interessante, pieno di progettualità e di resoconti di esperienze di ricerca di-a-da-in-con-su-per-tra-fra i musei delle zappe, tutto incentrato sulla promozione da parte della Regione Toscana di iniziative e ricerche e creazione di reti tra musei e archivi demoetnoantropologici sulla cultura mezzadrile in Toscana (clicca qui forza , se ne vuoi sapere di più, anche se tanto ho cominciato anche un post apposito).

Lo spiego per due motivi: uno di ordine promozionale per l'iniziativa, ed uno perchè da lì viene la "copertina" del post, che fa parte di un gruppo di stampe di manifesti della CGIL che erano in distribuzione al convegno insieme ai materiali informativi sui vari musei e progetti toscani sul tema. Non so chi li avesse portati, ma ho scelto lipperlì quelli che mi piacevano di più, ed i due qui in testa ed a capo secondo me parlano da soli. Inauguriamo quindi il tema della giornata: che cosa vuol dire essere antropologa oggi?

Antropologa, non antropologo, che ognuno ha i suoi problemi (e di quelli degli antropologi potremmo parlare in un successivo post).

Premessa: uno che vuole fare l’antropologo, sebbene non abbia velleità di scrivere romanzi o di dipingere capolavori, attività, quelle ARTISTICHE, per le quali assolutamente non ci si deve aspettare una retribuzione sufficiente a vivere (per carità, ci sono tanti di questi racconti su chi lavorava alle Poste, chi faceva lo scopino, poi è diventato IL maestro, l'Autore blablabla) purtuttavia, vive una situazione difficile, dovuta a vari fattori generalmente riconducibili alla condizione di precariato.

Devo però specificare che io ho avuto la fortuna, dall'inizio, da quando ho cominciato a lavorare dopo la laurea, di lavorare con una persona veramente seria, oltre che geniale.

Quindi, da quando ho iniziato a lavorare, io sono stata pagata per quasi tutti i miei lavori, elemento non scontato quando lavori per un dipartimento o una cattedra universitaria. Io ho amici/che che fanno un corso annuale all'università per 200 studenti e non ci pagano nemmeno il treno per andare a lezione (sapete poi che vuol dire correggere 200 compiti scritti e fare 200 esami orali?).

Quindi, nella fortuna, comunque mi muovo in una situazione, quella dell'università e del settore dei musei e dei beni dea, che è terribile, e la conseguenza è che se vuoi fare qualcosa in questo campo, o lavori consapevolmente per due euro, o hai una cantina (beato te) e quindi non hai problemi di risorse finanziarie, oppure puoi sempre sposare un laureato in Economia ricco.

Mettiamo il caso quindi che tu sia, oltre che laureato in antropologia ed appassionato di quello che hai studiato e quindi che tu voglia restare in qualche modo nel tuo campo di interesse, anche una donna.

Io non ci penso mai a questo, non perchè non ne sia consapevole (fortunatamente ogni tanto qualcuno nella mia scollatura ci guarda e mi ricordo del perchè sono orribilmente nervosa - questa la capiscono solo le donne con più di una seconda) ma perchè do per scontato che io ed un uomo veniamo trattati esattamente nello stesso modo, nel lavoro. Ovviamente noi donne abbiamo il meraviglioso privilegio di ricevere fischi dagli operai quando abbiamo la minigonna (puoi essere anche uno scorfano, ma la minigonna funziona sempre) cosa che, se la sai apprezzare, ti assicuro che ti migliora la giornata di dieci punti almeno, ma poi succedono altre cose che non tornano.

Ah, mi rendo conto che questa è una ingenuità vergognosa da parte mia, ma a 32 anni sto recuperando. La consapevolezza che ci sono persone sul lavoro che ti trattano diversamente perchè sei una donna mi è venuta mentre ero in una grande società a lavorare come segretaria (fare la segretaria di direzione è meraviglioso comunque, io devo dirlo, nel senso che vedi mondi altrimenti impenetrabili e li vedi da un punto di osservazione unico e privilegiato, soprattutto se appunto in realtà sei un’antropologa, magari scriverò qualcosa a riguardo, sperando che i miei nuovi capi non lo leggano).

Tornando alle femminucce e ai maschietti, comincio due anni fa a subodorare che c'è qualcosa che non va, e che se vuoi essere un manager d'azienda e sei donna, la cosa non è proprio facilissima, e soprattutto c'è un problema : i figli.

Accesso di indignazione (non ormonale, ripeto, sono fuori pericolo):

Un problema, appunto, ma vi rendete conto del fatto che dover fare questo discorso oggi è allucinante? non sono bastate generazioni di donne che hanno rotto le scatole per affermare diritti, dobbiamo ancora farlo? il problema è che ormai parlarne è tabù. Provateci, è una cosa spaventosa. Una pensa: hanno lottato per me le suffragette, e ora voto, ha lottato per me la Montessori - vergogna, ho visto la fiction, lo ammetto, perchè c'era la Cortellesi che è veramente brava -e la Levi Montalcini e la Guggenheim, e insomma tutte le donne che hanno dimostrato che i microbi nei microscopi li potevano vedere anche le donne e non diventavamo mica isteriche per l'emozione (scusate, mi stavo facendo prendere la mano e via con la retorica). Insomma, negli anni '70 le femministe sono dovute andare in giro a spaccare i maroni (confermando stereotipi maschili sulle donne, ovviamente, poi, no?) e a dire che le donne hanno bisogno dell'uomo quando un pesce di una bicicletta (citazione che riprendo da una canzone degli U2 che ora non ricordo, ma la citavano loro) e ora?

Ora, tu dici, potrò andare in giro vestita come mi pare e non dovrò odiare gli uomini perchè non mi fanno fare la carriera che merito e potrò quindi sposarne uno e potrò anche fare dei figli e questo non significherà per me perdere tutto il lavoro fatto finora.

Ora, questo che segue l'ho visto accadere in un contesto professionale di azienda grande, dove la Carriera te la giocavi con un paio di gravidanze, e se non ti sbrigavi a rispondere al cellulare due minuti dopo aver partorito ti giocavi la credibilità. Ho osservato personalmente il caso di una dirigente di altissimo livello che pochi giorni dopo aver partorito già era sulla sua posta elettronica e attiva al lavoro, è stata in ufficio fino all'ultimo, ed è tornata quasi subito dopo il parto, è stata attiva e reattiva praticamente anche durante l'epidurale... (credo di stare esagerando, ma non si sa mai). Una cosa terrificante, ma intanto il suo posto da dirigente è rimasto fisso lì, se lo è ripreso subito. Nei confronti di altre colleghe, che magari uscivano un po' prima per allattare (attività disciplinata da una apposita regola che permette ore di permesso per l'allattamento) l'atteggiamento di chi non le trovava in ufficio perchè erano andate ad allattare, era di profondo fastidio.

Quindi penso (ingenua ed ottimista) che nelle aziende private, dove il Profitto conta e se vuoi fare Carriera non puoi lasciare un attimo per andare a riprodurti, le cose sono così. Che brutto, ma che brutto del resto che è il mondo delle grandi aziende e del Profitto e della Carriera e del Blackberry (ecche è? clicca sulla parola e capirai) che lo porti anche al bagno casomai arriva una mail in quel momento, blablabla. Noi invece siamo antropologi, siamo quasi tutti di sinistra, chi più centro-sinistra, chi più Rifondazione, insomma, abbiamo fatto tutti un po' , almeno, di lotte politiche, i più giovani almeno un paio di occupazioni , insomma, poi fare l'antropologo presuppone l'essere aperto, rispettoso delle differenze, dei diritti dei ceti e dei gruppi che rivendicano visibilità e rispetto. La società multiculturale. I ceti subalterni.
Insomma, negli ultimi tempi invece, per ben due volte, ho sentito commenti su colleghe/conoscenti che avevano avuto figli, che fondamentalmente contenevano il concetto che, per aver avuto figli, queste persone avevano in qualche modo perso punti, perchè ora le priorità erano cambiate. E pertanto, non si potevano dedicare come dovuto alla ricerca, ai progetti, all'antropologia, al lavoro.

Ora, io non credo che nessuno nel mio mondo professionale delle zappe e degli aratri, possa veramente seriamente pensare che una collega che mette il lavoro in secondo piano perchè ha avuto un figlio sia in alcun modo "meno" di quello che era prima professionalmente, quindi mettiamola così, magari HO CAPITO MALE.
Io non penso che le donne dovrebbero avere gli stessi diritti degli uomini, perchè hanno potenzialmente più doveri (intesi come campi di realizzazione sociale della persona). Perchè oltre al lavoro, che è un divertimento che non si può lasciare solo agli uomini, hanno anche la possibilità di fare figli. Quindi, di diritti, ne devono avere DI PIU'.

Intanto, una ricercatrice precaria che vuole avere un figlio, sta messa molto peggio di un ricercatore maschio che fa lo stesso identico lavoro. Non esistono diritti veri per le donne che lavorano precarie nell'università e nel mondo dei beni culturali dea, nel momento in cui, fortunate che hanno trovato un compagno, pensano di riprodursi (detto così sembro Piero Angela).
Il risultato, è che veramente poche delle mie colleghe fanno figli, e li fanno sempre più tardi, ma questo vale per tutte le categorie professionali, il problema per una ricercatrice precaria, è che se fa un figlio, non solo non prende lo stipendio, ma non ha praticamente diritto a nessun sostegno economico, non solo.. poi, se volesse per caso riprendere a lavorare, c'è la difficoltà di trovare un asilo nido, oltre a quella di ingranare di nuovo rientrando nel suo ambiente.
Il mondo della ricerca etnografica e dei musei dea è già veramente difficile (anche se i segni di una nuova fase di interesse si sentono sempre più forti, ne vedremo i frutti spero presto) ma se ci mettiamo anche residui di maschilismo antico (o da super manager) la cosa diventa veramente preoccupante.

Io vorrei proporre con questo post due temi di discussione ulteriore: dove, se, vedete discriminazioni di genere? Io ho sempre pensato che non ce ne fossero, ma sospetto che ci possano essere delle sacche, e che uno dei motivi per cui non le si rilevano subito, è che non siamo veramente disposte all'idea che i motivi per cui a volte lavorare è più difficile possano dipendere da questioni di genere. Un episodio per tutti al volo: io, ed altre 3 giovini antropologhe laureate e con esperienza professionale pluriennale, abbiamo lavorato insieme per un progetto veramente importante. Alla presentazione dei risultati di un anno e mezzo di lavoro, un convegno ufficiale presso una sede prestigiosa, noi eravamo non le dottoresse, non le ricercatrici, ma le RAGAZZE.

Detto questo, se si inaugurasse poi una reale discussione sulla questione del precariato universitario, forse potremmo, uscendo dalle lamentele fini a se stesse, tentare una etnografia del precariato che possa aiutare tutti ad uscire dalla situazione in cui siamo, ed a creare un campo professionale veramente speciale.
Qualcuno ha qualcosa da dire? parliamone qui, potete scrivere dei commenti anche di due pagine, c'è un bel po' di spazio.



Ciao,
A.

martedì 23 ottobre 2007

Aratri russi

(in realta' e' un trattore, ma poi andavo fuori tema)



Vi mando questo link al blog (uno di tre, lui ne ha tre, megalomane) di un tipo russo che fa blog tematici un po' assurdi ma da vedere:


ne ha uno con un poster russo al giorno (commentati)

ne ha un altro sugli strumenti musicali strani (commentati, con video e foto)

ne ha un altro ancora sui poster cubani




E sembrano assurdi, veramente assurdi, peggio di quel blog a cui mi ero iscritta con una foto di un animale "simpatico" al giorno, che dopo una settimana mi era venuta voglia di mandargli un virus, se sapessi come fare.... E dicevo che sembra tutto molto assurdo, finche' non ne capisci il senso, ovvero che e' un collezionista anche lui, Alexander (mo' non mi ricordo il cognome, cliccate sul link che cosi' a lui pagano un centesimo di pubblicita' - solidarieta') anche se di una collezione virtuale (non credo che abbia gli originali, dei poster almeno) e che ha trovato il sistema piu' facile per farli vedere al mondo (solo il blog dei poster russi ha piu' di 2000 iscritti agli aggiornamenti, anzi 2366, gli altri non ho visto) che uno puo' anche pensare, ma mica sono tanti 2000 se conti tutti quelli che stanno tutto il giorno su internet nel mondo, ma guardate che fidelizzare 2000 persone e passa non e' mica facile, soprattutto perche' se lui ogni giorno mette un poster, quelle 2366 persone ogni giorno nella loro posta lo vedono, perche' gli arriva con l'aggiornamento.


In pratica lui entra in casa di 2366 persone ogni giorno con il suo posterino russo.

Potrei proporre una zappa al giorno, magari.


Sarebbe nello stesso spirito di quelli che hanno creato i musei contadini, con lo stesso obiettivo, far vedere le cose a piu' persone possibile, sarebbe un modo per attirare l'attenzione.


Certo che una zappa al giorno e' impegnativo, ma se guadagnassi molto molto con la pubblicita' magari si puo' fare...


Vado a fare un business plan.


A presto



martedì 25 settembre 2007

Palazzi del potere delle esposizioni


Che meraviglia, il 6 ottobre riapre il Palazzo delle Esposizioni a Roma. Non e' un museo etnografico, va bene, lo so, ma sono tre settimane che vedo queste scritte ovunque per Roma, su tutti i mezzi pubblici (avete idea di quanto costino quegli spazi? una volta ho chiesto un preventivo, ci saremmo potuti permettere solo di buttare volantini da una vespa in corsa con il budget a disposizione, o mandare parenti col carrellino della spesa a metterli nelle buche della posta) ... Insomma, diciamo che la suspance la stanno costruendo come si deve, anche perche' dopo anni e anni di chiusura, dovuti a fattori vari (tra cui, nel 2004, il crollo di una larga porzione del soffitto) questa riapertura la si aspettava proprio, anche perche' e' stato per anni il mio spazio preferito, ci tirava una certa aria internazionale, mi faceva un po' Parigi, in piccolo.
Apre con Rothko, c'e' anche la mostra su Kubrick e Ceroli (confesso la mia ignoranza, non so proprio chi sia, lo scopriro' sul posto immagino) ma Rothko e' il mio preferito.

Quindi infarcisco questo post un po' vuoto di contenuti di foto sue e dei suoi lavori che cosi' sono contenta.
Gia' che c'ero, ovviamente, sono andata anche sul sito del PdE (che cosi' sembra una sigla da partito politico) e ho anche mandato un cv, che non si sa mai, nel caso in cui avessero proprio esaurito tutti gli amici di qualcuno, potrebbero anche chiamarmi, se non mi chiamano dai Caraibi prima, certo, e a quel punto diventa una bella scelta: imparare a nuotare e a fare immersioni e andare ai Caraibi, oppure imparare ad andare in motorino per andare a lavorare al PdE?

Premesso che il sito contiene una sezione lavora con noi (che prima non la mettevano proprio e pensavi: vabbe' allora gli intaso la casella info@quasiasicosa.it per vendetta, e ovviamente non ti rispondevano mai) ma che ti dice che non stanno cercando nessuno (ma tu lo sai che e' solo un modo di dire, e allora gli intasi comunque il
sistema e compili tutta felice i tuoi dati cercando di fare bella figura in tre righe di modulo prefabbricato, per poi finalmente incollare il tuo cv di 8 pagine in pdf alla fine perche' senno' non rendi l'idea della tua meravigliosa carriera...).


Allora io ho perlappunto compilato e quindi aspettero' buona buona che schiattino tutti gli amici di quelli che lavorano al PdE, perche' a quel punto saranno costretti a leggerli quei cv che stanno li' ad ammuffire speranzosi da mesi e anni, e a quel punto mi chiameranno ed io saro' ai Caraibi.

Per ora pero' e' bello che ci sia di nuovo, ciao a tutti!


Tutte le foto di Mark Rothko e dei suoi lavori sono tratte dal sito del PdE e da quello della National Gallery of Art di Washington

venerdì 21 settembre 2007

Blog Action Day 2007

Potere alla parola (dei blog)

mercoledì 12 settembre 2007

Mancati Caraibi - amo il mio paese


E dal momento che fino ad oggi, a parte il romanzo di quello siciliano (gia' prontamente rimosso non lo leggero' mai e ci sara' un motivo per cui nessuno lo conosce mentre tutti hanno almeno provato a leggere la profezia di Celestino e meta' di costoro lo hanno richiuso dicendo "che minchiata"? io l'ho fatto - e l'ho subito rimosso) insomma a parte quello dei tonni (vedere post sui tonni) e altre robette di poco conto, mi sono accorta che non parlo mai dell'Italia. O perlomeno non ne parlo mai abbastanza (insomma ci sto mettendo una pezza sopra, ho un po' di sensi di colpa dovuti al commento di o'zappatore al post sull'archivio GLBT).
Dal momento che ho rifiutato l'emigrazione finalizzata alla ricerca di un lavoro migliore (nonche' di un marito, che ne so, americano o svedese, un po' tonto che per via del gap culturale non capisce perche' sono ancora single) almeno ci saranno dei buoni motivi per stare qui?

La risposta e', ovviamente, si'.

Insomma, alla fine sono stata all'estero un paio di volte e volevo sempre tornare a Roma, anche se minaccio fughe da anni (ho anche mandato un cv ad un museo ai Caraibi l'anno scorso, cercavano un direttore ed io, pensando che fossero degli sfigati, avevo mandato il mio profilo junior totalmente insufficiente, ed avevo anche finto di essere appassionata di sport acquatici - non nuoto nemmeno - perche' il museo era su un'isola in mezzo al nulla - guardatela: si chiama Turks and Caicos Island, e guardatevi il sito del museo. Ma io non ne sono diventata il direttore, ahiloro. Questo invece e' il sito dello scavo).

Insomma insomma guardiamo anche intorno piu' vicino.

QUINDI

Dal prossimo post inizia la serie dei musei etnografici italiani che fanno invidia a Turks and Caicos ed al loro squallido scavetto subacqueo, che chissa' che avranno mai di speciale. Una direttrice italiana sicuro no. Anzi secondo me non ci e' voluto andare nessuno li' e adesso non sanno come dirmi che sono l'ultima della graduatoria e pero' mi hanno gia' detto di no casomai mi offendo. Nel caso: va bene anche un ripescaggio, non mi offendo, poi:
mi piacciono gli sport acquatici

so fare le immersioni




la pesca d'altura,




quando esco dall'acqua faccio invidia a Ursula Andress


(perche' ha quelle conchiglie in mano?)

so tutto di archeologia subacquea e di quegli antichi skateboard che avete li' al museo (ora mi arriva un fulmine - e' un sedile cerimoniale) e che l'ex direttore del museo caraibico regge in mano nella foto sottostante.


Ovviamente non so fare nessuna di queste cose e resto qui, nel mio ufficio a Roma Nord a fare lo sporco doppio e triplo lavoro e a cercare di cambiare le cose. Ma si puo' fare.

Proprio non capisco perche' non mi abbiano selezionato, comunque.

venerdì 24 agosto 2007

venerdì 27 luglio 2007

Grossa crisi







Scusate ma questo e' un post di servizio.....io volevo diventare ricchissima e aprire un museo con i soldi della pubblicita' del mio blog , ed ero anche arrivata a quasi 8 DOLLARI in tre mesi! ...E pero' e' successo che, sospetto a causa dell'ultimo post su gaai e nesbiche, Google ha deciso che le pubblicita' da schiaffarmi negli spazi appositi dovevano riguardare non piu' tematiche stimolanti come la fornitura di audioguide per i musei o master in gestione di eventi culturali (se avessi avuto i soldi per farlo uno di quesi master non sarei stata qui a scrivere post dall'ufficio dove lavoro...ma ad organizzare prestigiosi eventi di promozione delle zappe nonche' degli aratri) ...insomma invece di quelle meravigiose pubblicita' che MI INTERESSAVANO VERAMENTE (tanto che sospetto di essere stata quasi l'unica a fruirne) ora ho avuto quelle di:




-uno psicologo

-terapie contro l'impotenza

-la CEPU o qualcosa di simile

.......


Insomma, Google mi sta dicendo (credo, involontariamente) che se non cambio settore diventero' triste e impotente ( o lo diventeranno tutti quelli intorno a me, sai che novita') o viceversa (l'ordine e' irrilevante) e avro' bisogno di uno psicologo e finiro' a lavorare alla CEPU dove ti pagano solo se il somaro di turno passa l'esame...

E per esperienza altrui i somari sono una brutta bestia da portare all'esame, molto meglio tenerli per i lavori agricoli che con le zappe e gli aratri ci stanno perfettamente.

Oppure mi sta suggerendo che siccome ho snobbato i master da 12.00 euro l'anno, giusto alla CEPU posso andare a finire, a prendermi una seconda laurea finta.



Ehm...

Comunque, detto tra noi, e' fine Luglio, a Roma si schianta di caldo, ma e' venerdi' e domani si va al mare, ci saranno pubblicita' migliori, ne sono quasi sicura....

Nota di folklore internettiano: cercando una foto da mettere nel post ho recuperato la foto che vedete in cima alla pagine e questa meravigliosa notizia :



GARA CLANDESTINA DI CAVALLI DA TRAINO SCOPERTA DAI CARABINIERI A LENTINI (SIRACUSA): TRE PERSONE DENUNCIATE PER MALTRATTAMENTI, 400 IDENTIFICATE.



La gente si annoia VERAMENTE TANTO....





mercoledì 18 luglio 2007

Gaai e nesbiche




Gaai, pronunciato proprio cosi', nasce da un quesito posto da una ex collega portoghese (bellissima, sembrava una diva americana del muto) sulle scelte sessuali del nostro ex AD (che non e' la rivista di arredamento ma Amministratore Delegato). Essendosi interrogata sull'affascinante (argh) elemento, interrogava a sua volta colleghe piu' navigate nella ditta, dopo aver chiuso la porta dell'ufficio, se Egli fosse o meno gaai.
Chissa' come si dice gay in portogallo. In italiano lo pronunciava cosi'. tirando la a forte.

Nesbica invece, questo grazioso incrocio tra nespola e lesbica, nasce dalla mente della portiera del palazzo di una mia amica, che cosi' definiva una inquilina di sua pertinenza.

I gaai e le nesbiche di Los Angeles hanno un archivio interessantissimo (vedi qui ) e lo scopro cazzeggiando su You Tube in un giorno di scarso input professionale. Il video che e’ nel post sottostante e’ li’ da un po’ ma non avevo avuto tempo di approfondire, cosi’ mi vedo qualche estratto video (ce ne sono un po’, numerati) nel quale viene presentato l’archivio, che comprende anche una parte audiovisiva e sonora, e fotografica, quindi mi interessa molto.

Scopro con grande interesse che sono organizzatissimi, che oltre ad aver messo i loro video su YouTube hanno anche un sito carino, sobrio, pieno di contenuti, con immagini d’epoca, che organizzano mostre importanti tipo questa sugli omoveterani delle varie guerre (fino alle ultime) e quella sul coming out durante la seconda duerra mondiale (macchenesapete voi ggiovani, e' il caso di dire, che magari qualcuno s'e' pure fatto lo scrupolo agli ultimi due gay pride a Roma, porca miseria uscire allo scoperto tra i bombardamenti deve veramente essere stato difficoltoso).



Insomma scopro che hanno un livello di organizzazione per quanto riguarda il controllo della propria storia e della rappresentazione dell’omosessualita’ (e della bi e della transessualita’, insomma un sacco di cose) che il museo della zappa di Avellino potrebbe copiare tranquillamente e farci un figurone. Sono la Gay, Lesbian, Bisexual Transgender Historical Society (GLBTHS).

La missione:

1 The Gay, Lesbian, Bisexual Transgender Historical Society (GLBTHS) collects, preserves, and interprets the history of GLBT people and the communities that support them. We sponsor exhibits and programs on an on-going basis.
2 Our exhibit galleries are open Tuesday through Saturday, 1 to 5 p.m. The archives of the GLBTHS is one of the world's largest collections of primary source materials about GLBT history. Filmmakers, academics, journalists, students, and others use the archives to craft truthful and inspiring representations of GLBT people.


In pratica controllano la costruzione della propria rappresentazione, attraverso la raccolta e tutela di documentazione sulla storia dei movimenti GLBS, delle rivendicazioni (ad esempio quelle che hanno portato all’introduzione della policy “Don’t ask, don’t tell” (con tutte le polemiche e le revisioni) che, grazie a Wikipedia, scopro essere un modo abbastanza ipocrita per gaai e nesbiche di sopravvivere nelle forze armate, semplicemente non manifestando sul posto di lavoro preferenze sessuali -l’argomento e’ ampio e c’e’ anche un po’ di bibliografia in wikip) .



In sostanza hanno un archivio serio perche’ sono organizzati, lavorano sulla propria autorappresentazione, sono solidi nella costruzione di strategie di comunicazione per confrontarsi con visioni contrastanti e potenzialmente omofobiche.

Hanno una importante base di fondi dai quali attingere, con donatori che vanno dalla California State Library all’Ufficio del Sindaco di Los Angeles alle Sorelle della Perpetua Indulgenza, che non sono un ordine di suore tolleranti ma una associazione che raccoglie fondi e finanzia progetti per il supporto ai movimenti GLBT (vedere per credere, e si divertono pure un casino) e organizzano anche delle feste spettacolari gia’ che ci sono. E la vodka Stolichnaya anche come sponsor, dai.

Come sempre quando vedo queste super associazioni che fanno dei fund raising cosi’ fatti bene mi viene una gran voglia di scappare oltreoceano, ed in questo caso, come a volte mi capita di pensare, anche dall’altra sponda, piu’ che altro perche’ gli eterosessuali single sono orrendamente tristi, mentre gli omosessuali single si divertono un casino.






Divagazione: mi hanno spiegato ultimamente un concetto che mi e’ piaciuto parecchio, anche se l’ho trovato poco applicabile nel mio mondo etero, quello del Bluetooth.
Il bluetooth mi e’ stato definito come un “giovane gay che si puo’ passare in giro per la comitiva”. Ora magari detto cosi’ e’ un po’ brutale ma in sostanza il BT e’ un single omosessuale che se in una comitiva conosce piu’ di una persona che gli piace non si fa problemi a frequentarli tutti, magari in separata sede e con limitazioni dovute ad eventuali coinvolgimenti emotivi (insomma poi sembra che la comitiva che ospita il BT si debba regolare in base a leggi sue interne).

Fine della divagazione: se lo fa una donna (etero almeno) ovviamente e’ una mignotta, vedi tutte quelle che quando eravamo adolescenti ed erano anni di comitive, se si passavano piu’ di uno dello stesso gruppo erano bollate subito subito.

Insomma, tornando ai GLBT la morale del post e’ che hanno dei gran archivi (quello di LA e’ solo la punta dell’iceberg, ho trovato una pagina di link....) e si divertono di piu’, come dice Sister Ann R Key nel sito delle Sorelle, che si e’ unita all'associazione per

“Fare politica, organizzare, dirigere azioni e ridere. Parecchio”


Vorrei vedere quanti possono dire la stessa cosa dopo 5 anni di lavori per i musei contadini.... Bisognera' lavorarci un bel po' su.




(nota: tutte le foto sono tratte dal sito della GLBT Historical Society)

martedì 29 maggio 2007

Archive Tour: 3. Film and Photos - GLBTHISTORY.ORG

Archivio Storico dell'Associazione Gay Lesbiche Bisessuali e Trans Gender

giovedì 17 maggio 2007

GOOD Mag Video: Edward Norton and The High Line

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