domenica 25 novembre 2007

Untitled - 2007

Nel luglio del 2001 (il 13) mi sono laureata in Antropologia Culturale. Il titolo: Il museo del tarantismo talentino: ipotesi di lavoro.

Non era talentino, ma tanto vale, il correttore automatico di Word sa, e Cirese diventava Cinese, mi cambiava tutti i nomi e me ne accorsi fortunatamente prima di portare la tesi a rilegare.
Nel Talento avevo fatto una ricerca per la mia tesi di Antropologia Mussale, altra cosa che il correttore non capiva/sce, che anche ora ogni tanto trovo dei testi in bozza di amici e colleghi con qualche mussale sfuggito.

Ero fidanzata all’epoca della scelta della tesi ed anche dopo, con un talentino, delle parti della provincia di Lecce, cui scrissi nel Luglio 2001 un meraviglioso ringraziamento alla fine della mia tesi (spero che me ne sia eternamente grato, la perfezione dell’incastro di ogni parole e la semplice e commovente sobrietà della pagina dei ringraziamenti della mia tesi non l’ho più ritrovata, forse si è persa lì, magari è ancora in giro).

La scelta di fidanzato influì sulla scelta della location, non so cos’altro influì per contribuire a creare l’idea di una tesi su un progetto per un museo e sul tarantismo, ora ci penso.

Premessa: all’epoca eravamo agli inizi, erano pochi anni ancora, veramente pochi, che si cominciava a spargere odore di pizzica per tutta Italia, a Roma e Torino soprattutto, luoghi dell’emigrazione universitaria, luoghi con sufficienti o sufficientemente attivi centri sociali occupati che ospitavano concerti di gruppi, la 85esima ristampa de La Terra del Rimorso era in libreria, e insomma per farla breve ne cominciavano a parlare tutti.
Come spesso accade, molti, secondo il mio io iper-critico di allora (ma tengo duro, ci sono cose che ancora mi disgustano, magari per altri o ulteriori motivi) ne parlavano a sproposito, c’era poca documentazione e molto entusiasmo di superficie estremamente fastidioso, e mi sembrava, frequentando quelle terre (e anche l’uso di TERRA era così retorico e pesante all’epoca, che non lo potevo mica dire così con leggerezza) che gli si facesse una sorta di torto.

Come dire: in questo posto splendido e desolato e abbandonato dalle istituzioni (senza retorica , anche se detto col tono fastidiosamente negativo di quelli del posto, esperti molti solo della tecnica della lamentela, ma di fatto bastava guardare gli scavi archeologici all’aperto, non curati, non recintati, grotte che rischiavano di crollare, tutto lasciato a se stesso, l’incuria generale) nasceva un movimento di riproposta musicale nato dal basso e mal gestito dall’alto, fatte salve pochissime eccezioni che iniziavano già con coscienza critica e strumenti metodologici più vicini alla ricerca etnografica, che secondo me aveva bisogno di archivi e musei.

Là dove tutto era effimero (coniai all'epoca della tesi, sentendomi molto importante immotivatamente per questo, la definizione di patrimonializzazione effimera, ossimoro perfetto secondo me per quello che stava succedendo lì in quel momento) e gli investimenti andavano per organizzare concerti, feste, e le istituzioni paghicchiavano corsi di griko per tutelare l’identità, diffondendo a volte a sproposito fondi europei nel miglior stile famil-clientelare locale, io non vedevo costruzione di depositi di cultura tradizionale e (fatto salvo il caso di un museo paleontologico e del museo di storia naturale del paese dove ero io, di cui ricordo delle tartarughe bellissime) nessuna coscienza della necessità di creare strutture stabili per preservare cultura.

Sembra assurdo, ma forse perché si ha bisogno di una sicurezza fisica, concreta, da toccare con mano, in cui sedersi, ma per me un museo all’epoca era prima di tutto un luogo fisico, delle mura, con dentro un mondo spiegato, con dentro la storia del tarantismo, le voci delle persone, la musica, gli oggetti da toccare (ero in una fase, mai finita, molto hands on, immaginavo riproduzioni di manoscritti antichi e di terra di Malta e lo studio di uno scienziato del ‘600 tutto da toccare, aprire, portare a casa) di stimoli da cercare in giro nello spazio espositivo e interazioni audiovisive, tattili, qualcosa di tridimensionale e immersivo, per capire un po’ quanto doveva fare impressione vedere una persona che sta male. Tanto per spiegare che la pizzica non era un ritmo da concerto al Villaggio Globale, ma anche sofferenza. Vedevo anche un negozio di dischi nel mio progetto, alla fine, per spiegare che succedeva in quel momento, e la possibilità di vendere i cd dei mille gruppi sul territorio, che avrebbe fatto piacere anche a loro, per fare due soldi, che il denaro sarà vile ma fa tanto comodo.

All’epoca ricordo di aver detto (mai sputare in aria, dice mio padre, e come sempre succede, gli avessi dato ragione all’epoca su tanti altri sputi mi sentirei ora molto meno stupida) che io, i musei contadini, MAI.

Sognavo un museo audiovisivo e sonoro, interattivo, non zappe e aratri, non i musei contadini, per carità, e volevo vivere proprio lì nella provincia leccese, dove due buste di verdura fresca costavano 2.000 lire, c'era il mare, il patrimonio a rischio, all'epoca anche progetti infondati di matrimonio chissà.

Dopo la laurea ho passato sei mesi nel Talento a cercare un lavoro pertinente al mio neo acquisito titolo di studio, e lì ho visto le torri gemelle cadere, dal divano della mia casa in affitto semi-vuota con due gatti ciechi (suona quasi come una canzone di Baglioni, anche se forse funzionerebbe meglio senza la cecità dei gatti, eccessivo accumulo di disgrazie) che mi avevano
dato dal canile del paese, e ho fatto la spesa prima con le lire e poi con l’euro, lì ho avuto il mio primo telefono cellulare e lì mi hanno rubato il primo cellulare (poco durò).

Dopo sei mesi sono stata salvata dall’inedia nella quale ero caduta per mancanza totale di prospettive lavorative (pagavano poco anche le cameriere, tra l’altro, da quelle parti) dal mio professore, che mi mandò in Toscana per archivi, e per musei, in un progetto di allestimento museale interattivo audiovisivo e sonoro che era veramente quanto di più vicino possibile alla mia idea di museo in quel momento.
Era un po’ contadino questo museo, perché era sul teatro popolare che era roba di contadini e di zappe e aratri, ma insomma, era audiovisivo, sonoro, e chi stava progettando l’allestimento era un creativo (ingestibile, ma bravo) con idee che mi piacevano. Certo, io ci avrei messo più colore e suoni, e avrei magari un po’ esagerato con montaggi da Mtv sul Maggio e la Befana e la Sacra Rappresentazione. Ma chissà poi com’è in funzione questo museo, tutto acceso, mi ricordo di chiedermi ora.

Me lo chiedo perché non ero all’inaugurazione e non ho mai visto il museo in funzione successivamente, ché una paio di volte sono andata e non funzionava la parte interattiva. (Forse anche perché ha una architettura informatica complessa che necessita di costante manutenzione, e in più con il freddo che c’è da quelle parti se tutto non viene conservato alla giusta temperatura impazziscono i pc che servono a controllarlo? provate a tenere una stampante in una cantina umida, e poi vedete che partita di scala 40 vi stampa)

Per quel museo ho lavorato veramente parecchio, in regime di semi-volontariato, prima come stagista, poi con un piccolo contratto di collaborazione per conto dell’Università di Firenze, non sufficiente neppure a pagare le spese di viaggio, e con un entusiasmo difficile da mantenere per mille difficoltà legate sia all’inesperienza professionale, con la frustrazione connaturata alle prime esperienze fuori dall’Università e che era del tutto normale, sia alla oggettiva difficoltà di lavorare gratis in un contesto che non ti offriva nessuna prospettiva successiva.
Ma comunque facendo progetti, tanti, per centri di documentazione, per mostre, per pubblicazioni, festival, premi, tutta una vita da costruirgli intorno a questo museo un po’sperduto in un paesino di lusso del senese.

L’idea era quindi quella di formare un museo come motore di vita per i luoghi vicini geograficamente e per interessi, con contatti potenzialmente infiniti dalla frazione accanto fino a Minneapolis, insomma, andare oltre l’idea che avevo all’inizio di creare, con un atto presuntuosamente creativo, un luogo incredibilmente bello, fatto di comunicazione forte, immersiva, dal quale uscivi volente o nolente cambiato, a modo tuo, ma diverso, esattamente come quando vedi un film ed esci e ti rimane addosso, e ti muovi come se ci fossi ancora dentro in qualche strano modo.

Da lì, da questo posto meraviglioso, si sarebbe costruito il rapporto col mondo di quel museo.

Mi accorgo ora, riflettendoci, che già all’epoca c’era la consapevolezza che, come i belli che non ballano, i musei devono essere splendidi ed anche mobili.

Ogni tanto, nel finto ordine delle mie cartelle disordinatissime, nei passaggi da un pc all’altro, trovo qualcosa di “vecchio” . (Dove vecchio è di 5 anni fa, o 6 al massimo)
Ho ritrovato qualche tempo fa proprio il progetto per il Centro di Documentazione per il museo del teatro popolare, di cui sopra, che era la mia idea dell’epoca di un museo mobile, che va verso e fa entrare il mondo, che connette, che include e rielabora, dove le persone vanno volentieri perché c’è sempre qualcosa, perché sono posti belli i musei, in cui ti puoi sedere, puoi vedere, puoi pensare, puoi spegnere il cervello, puoi sentirti un concerto, insomma sono luoghi perfetti per fare tante cose, e nei nostri musei dovrebbe ancor più esser possibile fare tutto, dal pic-nic sui luoghi della rimembranza di una qualche strage (idea terribilmente macabra di un museo che è recentemente piombata nella mia casella email) ai collage con la pasta e la gara di cucina con le castagne, al concerto di zampogna, alla visita guidata con un uno che parla solo dialetto stretto.

Insomma mi sembrava che la mia disciplina fosse il posto più adatto per costruire la consapevolezza della necessità di acquisire strumenti critici per le generazioni esistenti e a venire.

Perché poi, non è che con gli strumenti critici tutti arriviamo alla stessa conclusione, ma almeno compiamo un percorso logico nel quale possiamo imparare a vedere le cose da più angolazioni, ed a sentirci qualche volta come se stessimo nelle scarpe degli altri. Questa era la mia idea di cosa doveva essere un museo, dalla progettazione dell’allestimento al centro di documentazione/archivio, alle attività didattiche ed all’organizzazione di vita e di progetti importanti per tante diverse categorie di persone.

Immaginavo, nel Talento di allora, un luogo che potesse anche ospitare persone, che potesse dare lavoro a molti, dove inserire quei disgraziati che vedi nelle strade e che ti rendi conto di non poter aiutare. Fa un po’Madre Teresa, immagino, come concetto, ed ho già superato paurosamente il mio livello di guardia per la retorica lacrimosa, ma il concetto è che se crei ricchezza economica con la cultura, puoi offrire alle persone la possibilità di lavorare in un posto bello, di fare un lavoro interessante o anche le pulizie, ma in un’atmosfera serena, vivace, dove le idee portano forza, crescita, mutamento continuo verso il miglioramento delle condizioni di lavoro e verso la produzione di cultura sempre più ricca, comprensibile, condivisa. In una parola un po’ vecchia, progresso.

Sostenibile, ovviamente. Altra risorsa fondamentale, i musei possono essere motori di sviluppo ed esempi concreti di attenzione per il risparmio energetico, per l’agricoltura biologica e per il, non ritorno, ma del tutto nuovo percorso verso uno stile di vita più equilibrato. Le persone vivrebbero fuori dalle città se avessero la possibilità, a Sgurgola Marsicana, di fare un lavoro interessante, ma se non c’è il lavoro vai a Roma, a Milano, a Trieste etc. Nel mio viaggio del Luglio 2001 verso la provincia leccese c'era l’idea che non c’era necessariamente bisogno di stare a Roma per lavorare e avere una vita piena, per me in quel posto un po’ sperduto si poteva fare molto, e ignoravo le espressioni di commiserazione che seguivano la mia spiegazione del perché io, romana, mi fossi voluta trasferire in Puglia. La verità è che non ero io ad essere matta, per una volta mi vorrei dare credito per aver avuto un’idea splendida in anticipo sui tempi, di averla avuta nel posto sbagliato e senza capitali miei da investire per realizzarla.
Ma l’idea c’era tutta. E ci si arriverà, eventualmente.

Altro presupposto di partenza di allora ma anche di oggi, era il raggiungimento di fasce di visitatori diverse. Una cosa che mi sconvolge profondamente è la critica alla valutazione dei musei in base al numero di visitatori. Per i musei dea quello dei visitatori è un problema, perché manca anche la consapevolezza che è importante monitorare il numero degli ingressi, anche se sono gratuiti, per capire chi, come e perché arriva nel Museo della Zappa di Grumo Appula. E ovviamente non è particolarmente fruttuoso mettere accanto le statistiche dei Musei Vaticani e quelle del Museo della Semina delle Patate di Tortorici Scalo.

Invece è importante che questi siano musei visitati, devono esserlo di più, perché, come ho sentito troppe volte per la ricerca accademica dea ( e ovviamente non solo dea), è inutile che io elabori teorie fondamentali per 10 persone, o che raccolga corpus di documentazione sterminati che tengo in un cassetto. Se nel mio museo vengono 20 persone l’anno, c’è un problema di comunicazione tra me e il mondo.

Alla fine, facendo un po’ i conti, mi trovo a pensare che quello che pensavo allora, nel 2001, sui musei e sul ruolo che dovrebbero avere, lo penso ancora. Solo che ora, a ripensarci, saprei come fare tante cose, e quel museo del tarantismo, invece che di progettarne l’allestimento, avrei forse più interesse a farlo vivere, a gestirlo, a farlo conoscere, a fare in modo di portarci le persone.

Così, la me del Luglio 2001 avrebbe creato un museo veramente splendido, secondo la mia modesta opinione, e la me degli anni successivi lo avrebbe reso vivibile, e ci avrebbe portato il mondo, e ritorno, trasformandolo in motore di sviluppo locale.

Ma effettivamente sarebbe stato un po’ troppo progettare quest’ultima versione di quei 6 anni all’epoca, e posso solo riguardare l’ipotesi come metaforica possibilità da qui, dal 25 Novembre del 2007, con le consapevolezze di oggi su limiti e possibilità, e su quello che effettivamente potrebbe essere fatto oggi, tema sul quale sto pure lavorando. Credo che per i musei dea di oggi e domani serviranno delle generazioni formate sulla risoluzione dei problemi, che sapranno quali possono essere i loro ruoli e avranno una preparazione pertinente. Quello che è stato già fatto, e che è fondamentale, è che le generazioni che sono al lavoro oggi, stanno creando le condizioni perché ci sia la possibilità per un giovane laureato di fare un lavoro riconosciuto come tale, magari, come nella maggior parte delle professioni, anche sotto forma di stage gratuito o con rimborso spese, ma con la prospettiva di acquisire una professionalità riconosciuta dal mondo esterno. La Carta delle Professioni Museali elaborata dall'ICOM Italia con la Conferenza Permanente delle Associazioni Mussali (link al sito) va in questa direzione, ed è fondamentale.

L'obiettivo è di arrivare ad un punto in cui occuparsi di cultura a tutti i livelli non sarà più considerato come un privilegio per il quale non si può pretendere di essere stipendiati, smetterà di essere un hobby orribilmente costoso, e diventerà una professione.

Credits fotografici
Le foto del post vengono dal sito

La panoramica di Monticchiello invece da

Le foto dei casali sono mie, e sono comparse unicamente nelle appendici fotografiche della mia tesi di laurea, erano esempi di architettura locale da utilizzare come struttura per ospitare il museo.

domenica 11 novembre 2007

Essere donna oggi - fricandò di elementi in cerca di ordine


Mi piacciono le canzoni di Elio e le Storie Tese, e mi piacciono anche quando parlano di donne, perchè sono politicamente scorretti ( e questo mi piace molto) e perchè descrivono donne vere.

"Essere donna oggi"
parla di mestruazioni e dal momento che io riconosco di essere una femmina ormonalmente devastata in alcuni periodi del mese, sono molto serena nello scrivere questo post proprio oggi, che i miei ormoni sono felici e rilassati perchè è appena finita la burrasca e si ricomincia yuhu. Oltretutto posso scrivere questo post "a caldo" perchè la riflessione è venuta fuori da una conversazione di ieri, alla quale ho pensato molto, e credo possa servire discuterne oggi come credo (spero) sia servito parlarne ieri, perchè siamo umani, abbiamo ormai una certa età, ma non è che le persone, se sono intelligenti, non possono cambiare idea. Anzi.

Ieri sono stata ad un convegno molto interessante, pieno di progettualità e di resoconti di esperienze di ricerca di-a-da-in-con-su-per-tra-fra i musei delle zappe, tutto incentrato sulla promozione da parte della Regione Toscana di iniziative e ricerche e creazione di reti tra musei e archivi demoetnoantropologici sulla cultura mezzadrile in Toscana (clicca qui forza , se ne vuoi sapere di più, anche se tanto ho cominciato anche un post apposito).

Lo spiego per due motivi: uno di ordine promozionale per l'iniziativa, ed uno perchè da lì viene la "copertina" del post, che fa parte di un gruppo di stampe di manifesti della CGIL che erano in distribuzione al convegno insieme ai materiali informativi sui vari musei e progetti toscani sul tema. Non so chi li avesse portati, ma ho scelto lipperlì quelli che mi piacevano di più, ed i due qui in testa ed a capo secondo me parlano da soli. Inauguriamo quindi il tema della giornata: che cosa vuol dire essere antropologa oggi?

Antropologa, non antropologo, che ognuno ha i suoi problemi (e di quelli degli antropologi potremmo parlare in un successivo post).

Premessa: uno che vuole fare l’antropologo, sebbene non abbia velleità di scrivere romanzi o di dipingere capolavori, attività, quelle ARTISTICHE, per le quali assolutamente non ci si deve aspettare una retribuzione sufficiente a vivere (per carità, ci sono tanti di questi racconti su chi lavorava alle Poste, chi faceva lo scopino, poi è diventato IL maestro, l'Autore blablabla) purtuttavia, vive una situazione difficile, dovuta a vari fattori generalmente riconducibili alla condizione di precariato.

Devo però specificare che io ho avuto la fortuna, dall'inizio, da quando ho cominciato a lavorare dopo la laurea, di lavorare con una persona veramente seria, oltre che geniale.

Quindi, da quando ho iniziato a lavorare, io sono stata pagata per quasi tutti i miei lavori, elemento non scontato quando lavori per un dipartimento o una cattedra universitaria. Io ho amici/che che fanno un corso annuale all'università per 200 studenti e non ci pagano nemmeno il treno per andare a lezione (sapete poi che vuol dire correggere 200 compiti scritti e fare 200 esami orali?).

Quindi, nella fortuna, comunque mi muovo in una situazione, quella dell'università e del settore dei musei e dei beni dea, che è terribile, e la conseguenza è che se vuoi fare qualcosa in questo campo, o lavori consapevolmente per due euro, o hai una cantina (beato te) e quindi non hai problemi di risorse finanziarie, oppure puoi sempre sposare un laureato in Economia ricco.

Mettiamo il caso quindi che tu sia, oltre che laureato in antropologia ed appassionato di quello che hai studiato e quindi che tu voglia restare in qualche modo nel tuo campo di interesse, anche una donna.

Io non ci penso mai a questo, non perchè non ne sia consapevole (fortunatamente ogni tanto qualcuno nella mia scollatura ci guarda e mi ricordo del perchè sono orribilmente nervosa - questa la capiscono solo le donne con più di una seconda) ma perchè do per scontato che io ed un uomo veniamo trattati esattamente nello stesso modo, nel lavoro. Ovviamente noi donne abbiamo il meraviglioso privilegio di ricevere fischi dagli operai quando abbiamo la minigonna (puoi essere anche uno scorfano, ma la minigonna funziona sempre) cosa che, se la sai apprezzare, ti assicuro che ti migliora la giornata di dieci punti almeno, ma poi succedono altre cose che non tornano.

Ah, mi rendo conto che questa è una ingenuità vergognosa da parte mia, ma a 32 anni sto recuperando. La consapevolezza che ci sono persone sul lavoro che ti trattano diversamente perchè sei una donna mi è venuta mentre ero in una grande società a lavorare come segretaria (fare la segretaria di direzione è meraviglioso comunque, io devo dirlo, nel senso che vedi mondi altrimenti impenetrabili e li vedi da un punto di osservazione unico e privilegiato, soprattutto se appunto in realtà sei un’antropologa, magari scriverò qualcosa a riguardo, sperando che i miei nuovi capi non lo leggano).

Tornando alle femminucce e ai maschietti, comincio due anni fa a subodorare che c'è qualcosa che non va, e che se vuoi essere un manager d'azienda e sei donna, la cosa non è proprio facilissima, e soprattutto c'è un problema : i figli.

Accesso di indignazione (non ormonale, ripeto, sono fuori pericolo):

Un problema, appunto, ma vi rendete conto del fatto che dover fare questo discorso oggi è allucinante? non sono bastate generazioni di donne che hanno rotto le scatole per affermare diritti, dobbiamo ancora farlo? il problema è che ormai parlarne è tabù. Provateci, è una cosa spaventosa. Una pensa: hanno lottato per me le suffragette, e ora voto, ha lottato per me la Montessori - vergogna, ho visto la fiction, lo ammetto, perchè c'era la Cortellesi che è veramente brava -e la Levi Montalcini e la Guggenheim, e insomma tutte le donne che hanno dimostrato che i microbi nei microscopi li potevano vedere anche le donne e non diventavamo mica isteriche per l'emozione (scusate, mi stavo facendo prendere la mano e via con la retorica). Insomma, negli anni '70 le femministe sono dovute andare in giro a spaccare i maroni (confermando stereotipi maschili sulle donne, ovviamente, poi, no?) e a dire che le donne hanno bisogno dell'uomo quando un pesce di una bicicletta (citazione che riprendo da una canzone degli U2 che ora non ricordo, ma la citavano loro) e ora?

Ora, tu dici, potrò andare in giro vestita come mi pare e non dovrò odiare gli uomini perchè non mi fanno fare la carriera che merito e potrò quindi sposarne uno e potrò anche fare dei figli e questo non significherà per me perdere tutto il lavoro fatto finora.

Ora, questo che segue l'ho visto accadere in un contesto professionale di azienda grande, dove la Carriera te la giocavi con un paio di gravidanze, e se non ti sbrigavi a rispondere al cellulare due minuti dopo aver partorito ti giocavi la credibilità. Ho osservato personalmente il caso di una dirigente di altissimo livello che pochi giorni dopo aver partorito già era sulla sua posta elettronica e attiva al lavoro, è stata in ufficio fino all'ultimo, ed è tornata quasi subito dopo il parto, è stata attiva e reattiva praticamente anche durante l'epidurale... (credo di stare esagerando, ma non si sa mai). Una cosa terrificante, ma intanto il suo posto da dirigente è rimasto fisso lì, se lo è ripreso subito. Nei confronti di altre colleghe, che magari uscivano un po' prima per allattare (attività disciplinata da una apposita regola che permette ore di permesso per l'allattamento) l'atteggiamento di chi non le trovava in ufficio perchè erano andate ad allattare, era di profondo fastidio.

Quindi penso (ingenua ed ottimista) che nelle aziende private, dove il Profitto conta e se vuoi fare Carriera non puoi lasciare un attimo per andare a riprodurti, le cose sono così. Che brutto, ma che brutto del resto che è il mondo delle grandi aziende e del Profitto e della Carriera e del Blackberry (ecche è? clicca sulla parola e capirai) che lo porti anche al bagno casomai arriva una mail in quel momento, blablabla. Noi invece siamo antropologi, siamo quasi tutti di sinistra, chi più centro-sinistra, chi più Rifondazione, insomma, abbiamo fatto tutti un po' , almeno, di lotte politiche, i più giovani almeno un paio di occupazioni , insomma, poi fare l'antropologo presuppone l'essere aperto, rispettoso delle differenze, dei diritti dei ceti e dei gruppi che rivendicano visibilità e rispetto. La società multiculturale. I ceti subalterni.
Insomma, negli ultimi tempi invece, per ben due volte, ho sentito commenti su colleghe/conoscenti che avevano avuto figli, che fondamentalmente contenevano il concetto che, per aver avuto figli, queste persone avevano in qualche modo perso punti, perchè ora le priorità erano cambiate. E pertanto, non si potevano dedicare come dovuto alla ricerca, ai progetti, all'antropologia, al lavoro.

Ora, io non credo che nessuno nel mio mondo professionale delle zappe e degli aratri, possa veramente seriamente pensare che una collega che mette il lavoro in secondo piano perchè ha avuto un figlio sia in alcun modo "meno" di quello che era prima professionalmente, quindi mettiamola così, magari HO CAPITO MALE.
Io non penso che le donne dovrebbero avere gli stessi diritti degli uomini, perchè hanno potenzialmente più doveri (intesi come campi di realizzazione sociale della persona). Perchè oltre al lavoro, che è un divertimento che non si può lasciare solo agli uomini, hanno anche la possibilità di fare figli. Quindi, di diritti, ne devono avere DI PIU'.

Intanto, una ricercatrice precaria che vuole avere un figlio, sta messa molto peggio di un ricercatore maschio che fa lo stesso identico lavoro. Non esistono diritti veri per le donne che lavorano precarie nell'università e nel mondo dei beni culturali dea, nel momento in cui, fortunate che hanno trovato un compagno, pensano di riprodursi (detto così sembro Piero Angela).
Il risultato, è che veramente poche delle mie colleghe fanno figli, e li fanno sempre più tardi, ma questo vale per tutte le categorie professionali, il problema per una ricercatrice precaria, è che se fa un figlio, non solo non prende lo stipendio, ma non ha praticamente diritto a nessun sostegno economico, non solo.. poi, se volesse per caso riprendere a lavorare, c'è la difficoltà di trovare un asilo nido, oltre a quella di ingranare di nuovo rientrando nel suo ambiente.
Il mondo della ricerca etnografica e dei musei dea è già veramente difficile (anche se i segni di una nuova fase di interesse si sentono sempre più forti, ne vedremo i frutti spero presto) ma se ci mettiamo anche residui di maschilismo antico (o da super manager) la cosa diventa veramente preoccupante.

Io vorrei proporre con questo post due temi di discussione ulteriore: dove, se, vedete discriminazioni di genere? Io ho sempre pensato che non ce ne fossero, ma sospetto che ci possano essere delle sacche, e che uno dei motivi per cui non le si rilevano subito, è che non siamo veramente disposte all'idea che i motivi per cui a volte lavorare è più difficile possano dipendere da questioni di genere. Un episodio per tutti al volo: io, ed altre 3 giovini antropologhe laureate e con esperienza professionale pluriennale, abbiamo lavorato insieme per un progetto veramente importante. Alla presentazione dei risultati di un anno e mezzo di lavoro, un convegno ufficiale presso una sede prestigiosa, noi eravamo non le dottoresse, non le ricercatrici, ma le RAGAZZE.

Detto questo, se si inaugurasse poi una reale discussione sulla questione del precariato universitario, forse potremmo, uscendo dalle lamentele fini a se stesse, tentare una etnografia del precariato che possa aiutare tutti ad uscire dalla situazione in cui siamo, ed a creare un campo professionale veramente speciale.
Qualcuno ha qualcosa da dire? parliamone qui, potete scrivere dei commenti anche di due pagine, c'è un bel po' di spazio.



Ciao,
A.